L’ Isola dei Cavoli viene ricordata ampiamente nelle fonti
classiche e nella relativa cartografia.
Nell’ "Itinerario Antoniano", attribuito
al tempo di Caracalla (211 - 217 d.C.), ma redatto in età
posteriore, viene indicata a long. 33°00’, lat. 39°00’.
Assieme all’Isola di Serpentara, viene ricordata anche dal
Fara(fine XVI sec.), che utilizza come fonti Plinio e Marziano
Capella.
Il Fara cita l’Isola dei Cavoli fra quelle prospicienti
la costa meridionale della Sardegna e così la descrive:
“isoletta denominata Colloda da Plinio e Marziano Capella,
ma nota alla gente come Isola dei Cavoli: si trova di fronte al
Capo Carbonara insieme a due isolette dette Coltellazie e la sua
linea di costa misura 5 miglia; in essa dimorano numerosi conigli
e vi resiste una sola fortezza”.
Nelle carte tolemaiche l’Isola dei Cavoli appare col nome
di Ficaria.
Il mare che circonda l’isola è
stato spesso teatro di naufragi.
Relitti d’ogni epoca riposano da secoli in quei fondali
a testimonianza della continua frequentazione della rotta passante
al largo del Capo Carbonara da parte di navi sia mercantili che
militari.
All’epoca da noi trattata appartiene uno di questi relitti:
si tratta di una nave del XV sec. affondata, forse a causa di
un fortunale, mentre doppiava il capo diretta dalla Spagna verso
la Sicilia.
La nave e i suoi
resti
Il relitto dei Cavoli risulta difficilmente identificabile a causa
della scarsità dei resti che appartengono molto probabilmente
alla parte inferiore della nave.
Data la varietà della tipologia navale dell’epoca,
si dubita sull’identificarla con una nave mercantile, una
nao o una carraça , o una nave militare.
I pezzi d’artiglieria rinvenuti vicino ad essa in varie
campagne di scavo pongono un serio problema: si trattava dell’armamento
della nave od erano da essi semplicemente trasportati?
I pezzi d’artiglieria rinvenuti,
in numero assai significativo, sono del tipo chiamato “bombarda”.
La bombarda è un pezzo che cadde in disuso a partire dal
XVI sec., sostituito da pezzi più sicuri ed efficaci.
I proiettili utilizzati erano di solito palle di pietra ma, a
volte, si utilizzavano quelle di ferro.
Tra i resti della nave si trovano palle d’artiglieria di
vario calibro, sia in pietra che in ferro.
Tenendo conto del momento propizio
per quel genere di traffico, si potrebbe ipotizzare un carico
destinato alle truppe aragonesi in Sicilia.
La quantità di munizioni recuperata però, appare
insufficiente, per cui si potrebbe anche pensare all’armamento
della nave.
Il
carico del relitto
La nave trasportava una quantità non indifferente di vario
tipo: piatti, ciotole, coppe, mattonelle di varie dimensioni.
Di grande interesse appaiono una serie di elementi decorativi
(azulejos), destinati ad una casa o ad un palazzo nobiliare.
La famiglia proprietaria della casa (o del palazzo) è stata
identificata con quella dei Beccadelli, famiglia al servizio dei
sovrani aragonesi.
La famiglia Beccadelli ha un’origine sconosciuta, anche
se appare già nel XII sec. a Bologna.
Nel 1355, in seguito alle lotte intestine sorte nella città
di Bologna, Vannino Beccadelli emigrò in Sicilia.
Un celebre esponente di questa famiglia fu l’umanista Antonio
Beccadelli, detto il Panormita.
Nella famiglia ci furono molti servitori reali e funzionari pubblici
di una certa rilevanza.
Nel 1450 un Giovanni Beccadelli ottenne, per sé e per i
suoi successori, la facoltà di poter collocare le proprie
armi accanto a quelle del re d’Aragona sul blasone.